martedì 20 marzo 2007

Democrazia, questa sconosciuta

Il sito in arabo del Patriarcato caldeo in Iraq, Ankawa.com, ha scritto che i miliziani islamisti in Iraq stanno imponendo sulle comunità cristiane l’antica tassa per i non musulmani, la jiza. “I sudditi non musulmani devono pagare il tributo al jihad se vogliono avere il permesso di continuare a vivere e professare la loro fede in Iraq”. Oggi a Baghdad molte sigle sunnite inneggiano allo “stato islamico dell’Iraq” e porzioni sempre più ridotte di territorio iracheno sono in mano ai ribelli islamici dove regna il terrore e la sharia. La campagna jihadista contro la comunità cristiana è stata incessante dal 2003. Così i preti caldei di Mosul, per motivi di sicurezza, girano in abiti civili, senza alcun riconoscimento talare. Uno dei gruppi più attivi nella zona è il “Primo esercito di Maometto”, una formazione mista composta da ex seguaci di Saddam Hussein e islamici radicali. Mosul, terza città del paese, considerata da sempre multietnica e multireligiosa, ha registrato un crescendo di episodi d’intolleranza nei confronti dei cristiani (che sono oltre 50 mila). Alcuni gruppi di studenti islamici emettono editti in stile talebano, intimando alle ragazze cristiane di portare il velo: molte famiglie hanno trasferito le loro figlie a Baghdad. È questa la lotta al modello iracheno nato dalla guerra di liberazione, un modello unico e rivoluzionario.

L’Iraq ha la prima Costituzione antifondamentalista e antiterrorista del mondo arabo. Basta leggere il settimo articolo per comprenderlo: “Ogni comportamento che appoggi, aiuti, prepari, glorifichi, solleciti o giustifichi il razzismo, il terrorismo, il takfir, la pulizia etnica e la ricostruzione del partito Baath, sono proibiti e non potranno far parte del pluralismo politico”. Dal 1973 l’Arabia Saudita attraverso l’Oci (organizzazione dei 54 paesi musulmani) ha invece promosso un “modello di Costituzione islamica” che si è imposta in Egitto nel 1980, quando la sharia diventa “la fondamentale fonte della legislazione”, in Pakistan nel 1984, in Sudan nel 1985, poi in Yemen e altrove. La base di dottrina politica di queste Costituzioni è esplicitata nell’articolo 10 della Dichiarazione islamica dei Diritti dell’Uomo: “L’islam è una religione intrinsecamente connaturata all’essere umano. È proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull’uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un’altra religione o all’ateismo”. Forme di jiza sono applicate a diverso grado in tutto il mondo islamico.

In teoria la Costituzione iraniana garantisce diritti uguali a musulmani, cristiani, ebrei e zoroastriani (le altre fedi sono rigidamente proibite) ma nei fatti li discrimina. Infatti non possono votare per i deputati del Parlamento, ma soltanto per loro deputati “a latere”: uno per gli zoroastriani, gli ebrei, gli assiri e i cristiani caldei e due per i cristiani armeni. È una norma che impedisce loro di incidere sulla formazione delle leggi e dei governi e crea un Parlamento-ghetto, accanto al Parlamento della polis musulmana. Ma la vera dhimma, la subordinazione coranica dei non musulmani, è imposta per via legislativa. Oltre alla censura cui sono sottoposti i libri di religione, che devono avere il “nulla osta” del ministero della Cultura, sono sbarrate ai non musulmani tutte le professioni che riguardano, anche in senso lato, l’assetto politico della polis musulmana (insegnante universitario, magistrato, dirigente dell’amministrazione pubblica, ufficiale di carriera). I nuovi dhimmi che aspirano a quei ruoli, infatti, sono tenuti a sostenere un esame di teologia islamica talmente rigoroso che nessuno lo supera.

Nell’Afghanistan dei talebani, tutti i non musulmani dovevano farsi riconoscere, mettendo uno straccio giallo alle abitazioni. Se in Iran o Afghanistan, come in Sudan, per l’apostasia c’è la morte, in Tunisia un missionario sorpreso a far opera di proselitismo viene immediatamente espulso. In Marocco, l’unico paese islamico in cui ci sono stati deputati ebrei eletti in liste non riservate a minoranze, la legge penale non vieta di convertirsi dall’Islam a un’altra religione, ma per chi cerca di “persuadere” i fedeli a cambiar credo sono previste pene dai tre ai sei mesi di carcere e multe dai 10 ai 50 dollari. Mentre gli apostati possono essere messi sotto processo in base al Corano, che è pure fonte di legge. E in Egitto, dove ci sono cristiani ministri e il cristiano Boutros Boutros-Ghali è diventato in passato segretario generale dell’Onu, proselitismo e apostasia, pur non vietati formalmente dalla legge, sono stati puniti col carcere sulla base degli articoli del codice che vietano le “offese alla religione”.

In Arabia Saudita restano interdetti ai non musulmani non solo la cittadinanza e l’ingresso alle città Sante di La Mecca e Medina ma anche i riti pubblici della loro fede. È consentito il culto privato e sembra non essere più applicato il divieto di ingresso agli ebrei. È prevista anche la pena di morte per chi fa proselitismo non islamico, anche se di recente due filippini se la sono cavata con due mesi di carcere. In Qatar, le prime chiese sono state costruite a partire dal 1999. Più grave ancora è la situazione in Pakistan, dove in teoria il proselitismo è permesso, ma dove il minimo gesto considerato “offesa all’Islam” o “bestemmia” può comportare il rischio di condanna a morte. Secondo questa legge è un reato affermare che “Gesù Cristo è figlio di Dio”, perché questo costituisce il peggiore peccato per l’islam fondamentalista: il politeismo (shirk), imperdonabile da Allah. Sulla base di questa legge, tribunali pachistani hanno emesso alcune condanne a morte, come il 2 maggio 1998 contro il cattolico Ayub Masih, il cui reato era di avere osato criticare la fatwa con cui Khomeini aveva incitato a uccidere Salman Rushdie. In quegli anni la persecuzione dei cristiani a opera delle stesse autorità pachistane era già così acuta che, pochi giorni dopo, il 7 maggio 1998, il vescovo di Faisalabad, John Joseph, 62 anni, si sparò in bocca davanti al tribunale che aveva condannato a morte Ayub Masih, per richiamare l’attenzione del mondo. La costituzione irachena invece afferma: “L’Iraq è uno Stato formato da differenti gruppi etnici, religiosi e scuole di religione. L’Iraq è parte del mondo musulmano e la sua popolazione araba è parte della umma araba”.
L’ayatollah Ali al Sistani ha dimostrato di essere molto lontano dall’intimidazione costituzionale vigente nella umma islamica dicendo, a proposito del ruolo e del peso dell’islam nella Costituzione, che “non ci devono essere turbanti nel nuovo governo iracheno”. Così al Qaeda, durante il referendum costituzionale, distribuì volantini che recitavano: “La nostra Costituzione è il Corano e non c’è alcun sostituto… Chi ci difenderà dalla furia di Allah, se scegliamo una Costituzione eretica invece della legge di Allah? O musulmani… boicottate le elezioni. State attenti, statene lontani! O musulmani… Sappiate che i centri delle elezioni eretiche sono un legittimo obiettivo per le operazioni dei combattenti del Jihad. Prendete le distanze per la vostra stessa salute”. In Iraq per fortuna non è andata così e non abbiamo assistito all’imporsi di una caratterizzazione teocratica nelle scelte dell’ala sciita che, anzi, si è ben guardata dal fare un fuoco di sbarramento contro tutti gli elementi costituzionali che definiscono uno Stato laico. Questo deriva dall’appartenenza di al Sistani alla scuola “akhbari” dello sciismo, quietista e a sovranità popolare, teorizzatrice di una separazione tra potere politico e leadership spirituale (marjia), corrente dunque contrapposta a quella “usciuli” cui si rifà la teocrazia khomeinista. E che a Mosul i terroristi vorrebbero imporre alla comunità cristiana.

Il Velino

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ma - ti senti male? Su questo blog, un post ne anti-cristiano ne anti-chiesa?! fa' attenzione, cominci ad essere giusto.

Wynen ha detto...

Anonimo, continua a passare da queste parti perché temo che qualche volta ci troveremo d'accordo. Questo blog è decisamente, anzi radicalmente anti-comunista. La Chiesa è una faccenda a parte.

PS. A proposito di giustezza, comunque, comincia col fare attenzione tu perché "né" scrive accentato mentre "fa" si scrive senza accento. Saluti da parte mia e da parte della grammatica italiana.